martedì 21 gennaio 2014

Leader Femminile intervista Lucrezia Reichlin: facciamo qualche domanda al femminile?

Oggi pomeriggio, per il secondo appuntamento milanese di Leader Femminile Singolare, la Fondazione del Corriere della Sera ospiterà Lucrezia Reichlin. DonneinQuota sarà presente e, in attesa di fare un report dell'incontro, condivide con voi la lettera inviata ai promotori dell'iniziativa: Enel e Fondazione.  

Cortese attenzione 
Dr. Fulvio Conti (A.D.e Direttore di ENEL SpA)
Prof. Piergaetano Marchetti (Presidente Fond. Corriere della Sera)
Dr. Ferruccio de Bortoli (Vicepresidente Fond. Corriere della Sera)

Egregi signori,
seguiamo con attenzione l’iniziativa “Leader, femminile singolare”, che riteniamo ottima in quanto intesa a mettere in luce talenti femminili e a dare alle giovani donne modelli intelligenti in cui rispecchiarsi e proiettare aspirazioni.
In vista dei prossimi incontri Vi scriviamo dunque per sottoporvi alcune considerazioni dal punto di vista della nostra associazione, che da anni si occupa principalmente di rappresentanza politica femminile e di rappresentazione della donna nei media.
Crediamo che, avvicinandosi ai personaggi intervistati, tutte le donne, giovani o meno, siano soprattutto interessate alla specifica esperienza riguardo all’essere donna in difficili professioni storicamente a loro precluse. Il che presume dover entrare nel merito di alcuni aspetti: ad esempio quali difficoltà queste donne di successo hanno dovuto superare per arrivare a livelli di eccellenza, in ruoli tradizionalmente occupati da uomini... Oppure in quali aspetti ritengono di avere eventualmente applicato una visione in qualche modo innovativa nella soluzione dei problemi; e se ritengono esista (o no) un pensare femminile, capace di produrre un approccio ai problemi che si discosta dal tradizionale metodo maschile. E in tal caso in cosa questa differenza si manifesta, e perché.
Per queste ragioni ci ha stupito che nel precedente incontro milanese, a Paola Severino, nessuna domanda sia stata rivolta su questi argomenti; sorpresa doppiamente inattesa, considerato che l’intervista verteva soprattutto sulla sua esperienza come prima donna che in Italia abbia mai guidato un Ministero della Giustizia.
   

Qualche segnale di un pensare differente è comunque timidamente emerso: ad esempio quando la ex-ministra ha usato l’inconsuetametafora di paragonare la giustizia e le leggi a un bambino, che va costantemente curato – ma un segnale emerso del tutto casualmente, fuori da un preciso contesto di interesse espresso dall’intervista.

Certamente Pierluigi Vercesi non avrà inteso escludere i temi che più interessano il pubblico femminile; ma è possibile che, in quanto uomo, non abbia considerato abbastanza l’importanza di fattori ben noti alle donne, come il cosiddetto soffitto di cristallo.
Avremmo auspicato che le successive interviste fossero affidate a una giornalista esperta in questioni di genere (dubitando che esista un corrispettivo maschile). Apprendiamo invece che anche il secondo incontro in programma per il 21 gennaio, con Lucrezia Reichlin, sarà affidato a un giornalista uomo, il quale potrebbe rendersi protagonista della stessa dimenticanza.
Concludiamo quindi con l’esplicita richiesta di inserire gli argomenti citati fra quelli trattati dall’intervista. Oppure che l’intervista del 21 gennaio contempli almeno una fase conclusiva in cui sia consentito anche al pubblico di fare domande.
RingraziandoVi per la Vostra attenzione, in attesa di Vostra gradita risposta porgiamo distinti saluti.
Milano, 18.01.2014 

lunedì 20 gennaio 2014

Daniela Benelli e Lea Melandri sulla nuova Casa delle Donne di Milano

In questo breve video alcuni momenti dall'inaugurazione della Casa della Donne, che in questo fine settimana ha finalmente aperto a Milano grazie alla volontà e al lavoro di tante donne dentro e fuori l'amministrazione comunale; e in particolare sentiamo cosa ne pensavo Daniela Benelli (assessora all'area metropolitana, casa e demanio) e Lea Melandri (Libera Università delle Donne).

sabato 18 gennaio 2014

Fiera del risultato a cui tante donne hanno concorso, dico benvenuta alla Casa delle Donne di Milano


L'inaugurazione della Casa Delle Donne di Milano, oggi, in via Marsala 8, mi ha emozionato e commosso. Pisapia nel suo programma l'aveva promesso: le donne di Milano avranno la loro Casa. 

Dalla sua disponibilità e dal lavoro delle donne - tante donne, fra cui io stessa in prima persona - ora la casa è realtà. In tutto questo tempo è stato bello vedere con quanto entusiasmo e quanta partecipazione le donne di Milano hanno guidato e sostenuto l'azione e il percorso dell'amministrazione. Abbiamo fatto fatica, tutt* noi:  le assessore, le consigliere, le/i dirigenti e impiegate/i degli uffici. Ma ce l'abbiamo fatta. 

Questa casa è parte dei risultati che mi hanno dato soddisfazione durante il mio percorso di lavoro nel Comune di Milano. Anch'io dunque volgio ringraziare tutte e tutti coloro che l'hanno voluta.
Ma il lavoro non è finito: anche ora, che sono in Regione, prometto tutto il mio impegno a farla vivere, questa Casa, lottando perché anche la Regione faccia la propria parte.
Un grande abbraccio a tutte
Lucia 

martedì 14 gennaio 2014

Sull'aborto: lettera alle ragazze

Oggi, 14 gennaio, è l’anniversario di una grande manifestazione che 8 anni fa scese in piazza a Milano in difesa della legge 194 e della libertà delle donne, contro gli attacchi di Storace e Berlusconi. Oggi, che la controriforma Rajoy dalla Spagna potrebbe mettere a rischio il diritto di scelta  e autodeterminazione in tutta Europa, le donne di allora scrivono una lettera: alle ragazze di oggi.

Care ragazze,
Il 14 gennaio del 2006 eravamo in 200mila – donne e uomini – in piazza Duomo a Milano per difendere la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza e per rilanciare la questione della libertà femminile. La convinzione, ora come allora, è che le due cose vadano di pari passo.
Otto anni dopo, siamo qui a ribadire l’urgenza di un’alleanza e di una battaglia comune. Comune a tutte le donne, ma che dovrebbe riguardare anche quegli uomini – amici, fidanzati e mariti – che vorrete compagni della vostre vite. E siamo qui a dire a voi donne più giovani che è il vostro momento.
Torniamo a farlo perché ciò che accade in Spagna dimostra che una conquista non è per sempre e che il controllo sul corpo delle donne resta l’oggetto di una contesa che non finisce mai.
Il 20 dicembre il governo di centrodestra Rajoy ha varato un progetto che smantella la legge Zapatero sull’aborto, autorizzandolo solo in caso di stupro, di rischio per la salute fisica o psichica della donna e di anomalie talmente gravi da comportare la possibilità di morte del nascituro.
Non è tutto: il 10 dicembre il Parlamento europeo aveva bocciato (anche a causa dell’astensione o dell’assenza di alcuni europarlamentari del Pd) la Risoluzione Estrela che, in sostanza, chiedeva che l’aborto fosse legale e sicuro per le donne in tutti i paesi dell’Unione, cosa che ora non accade né in Polonia né in Irlanda.
Non crediamo che in Italia si possa tentare di demolire la 194 a viso aperto: si continuerà però a svuotarla attraverso un ricorso all’obiezione di coscienza – reale o strumentale che sia – che sta rendendo difficile, e in alcune zone addirittura impossibile, il ricorso all’interruzione di gravidanza. Lo abbiamo scritto nel nostro Manifesto/petizione “Legge 194: cosa vogliono le donne” scritto insieme alla Libera Università delle Donne e ai Consultori Privati Laici: a 35 anni dall’approvazione della legge, vediamo tradito il suo senso, snaturata la sua applicazione e temiamo per il suo futuro.
Futuro è la parola chiave: in Italia in questi tempi viene alimentato un conflitto insensato tra giovani/e e vecchi/e. Ciò che urge, ciò che noi sollecitiamo, è invece un’alleanza tra donne che non può, però, darsi senza il protagonismo e l’assunzione di responsabilità delle più giovani tra di noi.
E’ il vostro tempo ragazze, e la legge 194 riguarda la vostra vita, la vostra libertà e la vostra salute più di quanto riguardi, in concreto, molte di noi.
Nei prossimi mesi in Europa le donne si mobiliteranno per sventare la controriforma Rajoy, che riporta l'interruzione di gravidanza all'illegalità in Spagna. Noi ci saremo e vorremmo condividere questo percorso e, insieme, affidare a mani più giovani il testimone di questo impegno. Per noi questo comporta  avere cura della 194 e del suo destino, quali che siano i modi, non necessariamente i nostri, che sceglierete per farlo.
Siamo uscite dal silenzio, recitava lo striscione che apriva il corteo del 14 gennaio 2006. Oggi aspettiamo le vostre parole.

mercoledì 8 gennaio 2014

La Lombardia che fa l'occhiolino al business della guerra: in nome dei lavoratori

Ieri il Consiglio Regionale della Lombardia ha approvato come urgente una mozione (qui il testo) per iniziative volte a snellire la burocrazia per l'esportazione di armi. Si, avete capito bene. Sono queste le nostre urgenze per il rilancio dell'economia e dell'occupazione (testuale dalla mozione).

Mozione di cui ci piace soprattutto la frase: grazie alla ripresa dei mercati americano, brasiliano e sudafricano oltre ai tradizionali bacini europei. Presentata dal leghista Fabio Rolfi (ex vice-sindaco di Brescia), e approvata dalla maggioranza con un aiutino: quello del consigliere PD Corrado Tomasi, la cui motivazione di voto (in dissenso con il proprio partito) sarebbe la necessità di sburocratizzare le norme per le imprese.  Ah si?

Dice invece Lucia Castellano: nel dibattito sulla mozione leghista che chiede di ammorbidire i vincoli dell'Ue per l'export di armi, ho trovato davvero surreali i tentativi dei sottoscrittori di giustificare un documento per noi irricevibile insistendo su improbabili distinzioni tra fucili da caccia o pistole per la difesa personale e strumenti di guerra. Non ci sono armi buone e armi cattive. Le armi sparano, feriscono, uccidono. E io sono assolutamente contraria a qualsivoglia allentamento dei controlli su questo commercio. Controlli che andrebbero, semmai, intensificati. Non è certo così, peraltro, che si tutelano l'occupazione e i lavoratori. 

Già. Siamo in grado di riconoscere i rischi che ci sono dietro a certe politiche di "allentamento". Non crediamo proprio che si possano mandare avanti i lavoratori per giustificare scelte di questo tipo. E facciamo nostre alcune osservazioni che riassumiamo di seguito:
• 1. Nel 1994 la Lombardia si era dotata di una legge per la riconversione delle industrie belliche, rimasta per molti versi lettera morta. Perché non riprendere in esame quella? "si potrebbe aggiornare per dare", dice Fabio Pizzul, "strumenti di innovazione per le imprese che non dovessero avere più le caratteristiche per stare su un mercato che, per forza di cose, dovrà essere più regolato e trasparente".
• 2. Negli ultimi anni è aumentata l'esportazioni di armi italiane in aree di crisi, in cui operano anche ribelli o dittatori sanguinari; il che suggerisce semmai obiettivi di maggior trasparenza e rigore nel commercio degli armamenti. 
• 3. Ultimo, e non meno importante: se proprio dobbiamo parlare di lavoratori, chi produce nel settore armiero in Lombardia ha il diritto di poterlo fare con tutte le garanzie relative alla destinazione legale delle armi che produce. 
Alla luce di tutto questo, è accettabile invocare una maggiore deregolamentazione del settore delle armi? No, non lo è. Certe scelte possono invocare qualunque principio, ma non la "soluzione di problemi per il bene comune". 
Questo atto del Consiglio Regionale è una decisione giudicata grave da chi combatte da anni per la riduzione delle armi, ma che chiunque abbia un cervello non accecato da interessi personali può tranquillamente definire gravissima: se non altro sul piano culturale. Come le mucillagini sono indicatori dell'inquinamento ipertrofico del mare, certe notizie sono indicatori del  livello di degrado dei valori rappresentati in politica.
E se la politica non rappresenta più nessuno - tranne interessi privati, ormai chisseneimporta?


giovedì 2 gennaio 2014

Vademecum della Vittima

Gli stati generali dell’autonomia diffusa, convocati sabato 9 novembre 2013 nella problematica sede dell’Arci Bellezza a Milano, aprivano un dibattito collettivo finalizzato alla stesura del controverso breviario tascabile noto anche come “vademecum deontologico del rivoluzionario”, che fissasse dal punto di vista etico l’espressione della libertà comportamentale dell’antagonista, così come espressa da Max Stirner ne L’unico e la sua proprietà (1845), secondo cui l’unica libertà dell’essere umano è “libertà da” e non “libertà di”. 

Questo simpatico “libretto rosso” sarebbe stato uno di tanti tool di cyber-resistenza esistenziale da portare sempre con sé, una serie di note ed appunti per convenire su alcune regole (parola che ahinoi non piace più) da autoinfliggersi: insomma un terreno autonormativo di riferimento, una sorta di servizio d’ordine su se stessi per essere in grado nella pratica, e non solo nella parola, di contrastare - a partire dall'autodisciplina e dall'autocontrollo - sessimo, fascismo e senso della proprietà privata.

I molti che hanno declinato l’invito a partecipare, come i pochi che invece hanno aderito all’assemblea (pur poi affermando più volte durante la giornata di “non essere lì”, e di non poter accettare un dialogo) hanno posto come primo ostacolo il timore di venire a trovarsi vittime di un processo. Eppure tal modalità era stata rifiutata in maniera inequivocabile nelle nostre riflessioni critiche, già circolate pubblicamente a mo' di invito all'incontro.
Un processo in effetti c'è stato, e con nostro stupore ci ha trovate protagoniste, nel ruolo di imputate. A socratica memoria, ci siamo lasciate accusare senza opporre resistenza: quello che si dispiegava ai nostri occhi sotto le vesti di un processo alle nostre intenzioni, al nostro linguaggio, a come si debba o non si debba creare “relazioni” - per tutta la giornata non verrà mai fatta parola dell’aggressione che abbiamo subìto e tutto il ragionamento critico prescinderà da questo dato di fatto, collocandosi o subito prima, nel momento della “provocazione”, o subito dopo, nel momento della reazione - appariva in realtà una fantomatica messa in scena, la raffinata autorappresentazione della civiltà dell’antagonismo così come ci è data allo stato dell’arte. Come Socrate abbiamo perciò rinunciato a difenderci, certe che il vero processato, il vero condannato, non fossimo noi ma l’antagonismo stesso, e a condannarlo senza possibilità d'indulto era esso stesso, giacchè noi in quel luogo non eravamo giudici, bensì testimoni. E’ in questo contesto che un vademecum è stato infine prodotto: non quello che noi avevamo pensato, bensì quello della vittima, che riassumiamo in brevi punti qui sotto così come emerso dagli interventi del 9 novembre al Circolo Arci Bellezza Okkupato di Milano, e che doniamo come augurio al nuovo anno a quanti avranno la voglia e la curiosità di leggerlo.

Vademecum deontologico della Vittima 
Breviario in 10 punti perché una violenza venga riconosciuta come tale

1- la vittima è donna, quindi sii donna
Vittima, parola di cui sin dal tempo dei latini la radice etimologica è oscura, indica originariamente l’offerta nel rito sacrificale o chi è colpito da calamità naturali. Con Dante il termine sposta il suo significato verso chi soggiace ad azioni ingiuste, prepotenze, violenze, mentre nell’uso ottocentesco denota chi subisce, anche senza averne piena coscienza, le conseguenza negative di errori, vizi*, difetti.
In tal senso - e non importa averne coscienza, anzi meglio non averne altrimenti si rischia di diventare antipatiche - nessuno meglio della donna, da tempo immemore oggetto di azioni ingiuste, violenze e prepotenze da parte degli uomini, conseguenza del vizio di forma* primigenio, cioè quello del potere patriarcale che assume la donna ad oggetto-proprietà, può interpretare l’essenza stessa della vittima.

mercoledì 4 dicembre 2013

Donatella Martini

Care amiche, accetto con piacere l'invito di Politica Femminile, uno strumento straordinariamente nuovo: per quanto - proprio per la novità della sua concezione - possa richiedere tempo per radicarsi, penso questa iniziativa potrà dare senz'altro grande impulso alla comunicazione fra donne e a far conoscere il pensiero femminile. Aderisco come autrice a questo blog, in particolare, come presidente e confondatrice dell'associazione DonneinQuota che, pur rivolgendosi a tutto il territorio nazionale, è particolarmente attiva e radicata sul territorio lombardo.
L’associazione è nata nel 2006 dopo il corso “Donne, politica e istituzioni”, tenutosi allora all’Università degli Studi di Milano e che – ancora oggi - continua a replicare in decine di università italiane diverse allo scopo di favorire l’ingresso delle donne in politica.                                                                                                                                 
DonneinQuota si occupa principalmente di rappresentanza politica femminile e di rappresentazione delle donne nei media.                       
Nell'ambito delle nostre attività nella Lombardia mi piace qui ricordare come DonneinQuota abbia vinto il ricorso al Tar, nel 2012, contro la giunta regionale lombarda, allora composta da 15 uomini e 1 sola donna, in palese violazione dell’art. 11 dello statuto regionale.
Inoltre il disegno di legge, da noi proposto come Comitato Immagine Differente, sulla parità e la non discriminazione tra i generi nell’ambito della pubblicità e dei mezzi di comunicazione. A Milano abbiamo anche organizzato, nel 2011, il 1° Meeting sull’immagine delle donne nella tv pubblica in Rai. 
Fra le mobilitazioni da noi promosse ricordo infine il flash mob di protesta Non solo Miss, nel 2012, che contestava la scelta Rai di dedicare ben 5 serate alla kermesse di Miss Italia. Trovate qui un report del blog un altro genere di comunicazione, che ringrazio. 
Riteniamo infatti che la cosiddetta ammiraglia del servizio pubblico dovrebbe puntare molto di più sulla cultura e la vera informazione, e promuovere ben altra immagine della donna: su questo fronte siamo costantemente impegnate, a partire dall'attento monitoraggio che facciamo sui contratti di servizio. 
Un saluto a tutte, auguriamoci buon lavoro
Donatella Martini