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mercoledì 18 marzo 2015

I veri Centri antiviolenza sono soltanto quelli delle donne per le donne

Ho fondato insieme ad altre, nel 1986, il Gruppo Promotore che avrebbe portato al primo centralino in Italia per le donne maltrattate e successivamente al progetto compiuto: La casa delle donne maltrattate [chi parla è Marisa Guarneri, ndr]. Eravamo nell’Udi di Milano. Quasi contemporaneamente il Centro Documentazione Donne di Bologna promuoveva il Gruppo di Ricerca contro la violenza alle donne che avrebbe portato alla prima Casa di Ospitalità ed all’associazione Casa delle donne per non subire violenzaProgetti nati dal desiderio di donne, gestiti ed aperti solo alle donne, fondati sul volontariato e sulla metodologia dell’accoglienza elaborata a Milano e poi diffusa in tutta Italia, nei centri delle donne che via via sorgevano come funghi.
Oggi si mette in discussione, nelle proposte del governo e nelle Regioni, questa realtà cresciuta negli anni e che oggi si chiama D.i.Re Donne in rete contro la violenza, rete che raccoglie Centri antiviolenza italiani. Gli obiettivi sono chiari: dare sempre più spazio alle iniziative istituzionali come Pronto soccorsi, consultori, sportelli comunali e provinciali, ambiti pubblici che si occupano di Pari Opportunità. La vera storia ce la raccontano i consultori milanesi che conosciamo bene e che sono partiti dalle lotte delle donne e che poi sono diventati Consultori per le  famiglie.
La cartina di tornasole di questa operazione politica sono i finanziamenti pubblici, che ancora dobbiamo vedere e che vengono passati attraverso le Regioni. In Lombardia, apripista e laboratorio di politiche regressive per le donne, esiste una legge regionale che le donne dei Centri antiviolenza hanno contribuito ad ottenere, ma che non ci piace moltissimo, proprio perché ambigua nella definizione di Centro antiviolenza.
Le lobby di potere qui, hanno pesato più dei bisogni delle donne. Insomma nella gestione di questa legge, la giunta Maroni sta facendo pesare volontà di controllo nell’accoglimento delle donne in difficoltà ed il tentativo di condizionare i Centri antiviolenza della Lombardia sotto la stretta delle difficoltà economiche dei Centri stessi. 
Abbiamo protestato il 12 marzo 2015 in un sit-in davanti al principesco nuovo Palazzo della Regione e continueremo a protestare. Ma quel che più conta è vigilare perché i finanziamenti dedicati ai Centri antiviolenza non spariscano o diventino solo patinate campagne informative, o sovvenzioni per Enti formativi che dovrebbero formare le operatrici dei Centri antiviolenza. Come dire “insegniamo ai gatti ad arrampicarsi”. Questa è una questione nazionale di enorme importanza, su cui tutte le democratiche e i democratici dovrebbero impegnarsi. E’ in gioco la libertà delle donne e la vita delle donne che subiscono violenza.
di Marisa Guarneri - presidente onoraria della Casa delle donne maltrattate di Milano

martedì 18 novembre 2014

Una Capsule Collection contro la violenza sulle donne

In occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne il progetto Natura Donna Impresa Verso Expo 2015, insieme a La Casa Delle Donne di Milano, presenta “La Capsule Collection contro la violenza sulle donne”.
I prossimi 21, 22 e 23 novembre si terrà a Milano, presso lo Spazio Asti 17 in via Asti 17, la manifestazione Natura Donna Impresa Verso Expo 2015: un percorso espositivo con la selezione di venti brand di eco design e critical fashion. Tutte realtà imprenditoriali italiane con a capo donne che nel nostro Paese operano secondo principi di etica e sostenibilità.
Ogni designer protagonista dell’evento ha realizzato ad hoc un oggetto (un capo d’abbigliamento o accessorio) che è andato a comporre “la capsule collection contro la violenza sulle donne”, un progetto ideato e pensato da Natura Donna Impresa Verso Expo 2015 in collaborazione con la Casa delle Donne di Milano, impegnata a realizzare e valorizzare i talenti, i saperi e le culture delle donne di Milano di tutte le generazioni, provenienze e orientamenti sessuali e affettivi.
Parte del ricavato della vendita della “capusle collection contro la violenza sulle donne” sosterrà il nascente progetto di formazione “Sartoria Creativa” dell’associazione Casa delle Donne di Milano.
Il Progetto “Sartoria Creativa” si rivolgerà  a un gruppo di una ventina di donne, italiane e straniere, disoccupate, inoccupate, mamme sole o comunque interessate a un reinserimento nel mondo del lavoro. Condotto da sarte e designer, il corso sarà  finalizzato ad acquisire tecniche artigianali e un’abilità manuale creativa nel confezionamento di abiti e accessori,  competenze utili per avviare attività   autonome e dipendenti, in grado anche di conciliare i tempi familiari con quelli lavorativi. Tecniche artigianali, laboratorio di taglio e cucito, creatività, conoscenza di  materiali tradizionali e riciclati,  caratterizzeranno il programma formativo. 
Per saperne di più: Natura Donna Impresa

giovedì 6 novembre 2014

Il mio diritto di camminare da sola nel parco

Quasi tutti i giorni vado a passeggiare nel parco vicino a casa con il mio cane. 
Foto: M. Barzi
La sua presenza decide il percorso da fare. Esistono nei parchi urbani aree dove i cani possono correre, zone risparmiate dall’architettura del paesaggio, dove la vegetazione cresce spontanea e abbonda la biodiversità. Il mio cane adora queste aree piene di tracce da annusare.

Non ho mai temuto di essere aggredita durante queste passeggiate e non certo perché io mi senta rassicurata dalla sua presenza. Non ho alcun timore a lasciare i percorsi principali del parco, ad allontanarmi dalle zone che normalmente vengono frequentate dagli anziani del quartiere, o dai bambini e dai loro genitori.
Non programmo il percorso in relazione a quante altre persone presumibilmente incontrerò: gruppi di ragazzi che prendono il sole o si radunano sotto qualche grande albero, adulti che leggono un libro seduti su di una panchina, soggetti di tutte le età che fanno esercizio fisico, signore con il cane che passeggiano come me. So che nessuna di queste presenze costituisce una minaccia, immagino anche che esse siano l’unica mezzo per evitare che si concretizzi.
Eppure il tipo di percorso che il mio cane mi spinge a fare prevede di procedere lungo tratti nei quali difficilmente s’incontra anima viva, luoghi oggettivamente ideali per un agguato. Ma per diventare pericoloso non basta che un luogo sia poco frequentato, bisogna anche che ci sia qualcuno che decida di usarlo come terreno di caccia - e che individui una possibile preda, qualcuno che sia intenzionato ad aggredire, avendo studiato la possibilità di agire indisturbato. Naturalmente non posso escludere  a priori che il mio abituale percorso possa diventare il terreno di caccia di un predatore e tuttavia non credo alla possibilità che lo diventi.

sabato 2 agosto 2014

Nuovo Statuto Metropolitano: vogliamo un preciso impegno contro la violenza sulle donne. Lettera aperta al Sindaco Pisapia

CGIL Milano, la CISL Milano Metropoli e la UIL Milano Lombardia rivolgono una lettera aperta al Sindaco Giuliano Pisapia e al nuovo Consiglio Metropolitano, perché nello Statuto della nuova Città Metropolitana siano inseriti un preciso richiamo, e un impegno, al contrasto alla violenza sulle donne.

Ecco il loro comunicato:
Cgil Cisl Uil di Milano ritengono doveroso e non rinviabile contemplare, fra le nuove regole statutarie, il principio della battaglia contro la violenza sulle donne, piaga sociale che vede ancora una forte distanza fra donne e uomini per arginare questo fenomeno di forte rilevanza sociale, che segna vergognosamente la nostra società con numeri altissimi e insopportabili di casi di violenza domestica e femminicidi. 
CGIL CISL UIL di Milano chiedono dunque che lo Statuto della nuova Città Metropolitana contempli, fra le sue norme, un preciso impegno contro la violenza sulle donne, così come di seguito enunciato:
In adesione alla Convenzione di Istanbul - e in particolare all'art. 7, che prevede espressamente come le misure legislative e di altro tipo, necessarie a dare attuazione alle finalità della Convenzione stessa, debbano coinvolgere tutti i soggetti pertinenti quali le agenzie governative, i parlamenti e le autorità nazionali, regionali e locali - la Città metropolitana di Milano si impegna a condannare la violenza domestica e ogni altra forma di violenza contro le donne e, riconoscendo la natura strutturale e culturale della violenza come basata sul genere, si impegna, con tutti i suoi mezzi e a tutti i livelli istituzionali, a contrastare ogni forma di discriminazione.
Chiediamo che tutte le associazioni e le forze politiche sostengano il nostro appello, contribuendo a divulgarlo a tutta la cittadinanza e alle diverse organizzazioni territoriali.
Milano, 31 luglio 2014
Riceviamo da Donatella Martini, presidente di DonneinQuota, che aderisce.
E voi, ci siete?

venerdì 8 novembre 2013

Su sessismo, violenza e fascismo (anche) nella sinistra. Che fare?

Sabato 9 novembre all'ARCI Bellezza (in via Giovanni Bellezza 16A), dalle h. 14 un appuntamento interessante, e importante per le ragioni esposte sotto dalle promotrici [in seguito  allo "scherzo della bandiera"]. 
L'incontro si aprirà dando spazio alle testimonianze su alcuni casi in cui le donne dei movimenti antagonisti si sono ritrovate vittime di sessismo, o addirittura di violenze, proprio negli ambiti del movimento. Si tenterà di dare delle definizioni (e citazioni di testi) riguardo ai concetti di riferimento, facendo un brain storming aperto e una raccolta di suggestioni collettive, che includano il tema (non banale) della lotta contro se stessi ... 
Ma soprattutto sarà al centro l'idea di un "vademecum deontologico del rivoluzionario: con un dibattito collettivo finalizzato alla stesura del breviario tascabile che fissi dal punto di vista etico l'espressione della libertà comportamentale dell'antagonista".
La riflessione proposta ci sembra un'importante occasione per tutti, per questo auguriamo alle promotrici il massimo successo. Ecco il loro invito:

Siamo Giulia, Marica e Silvia. Il 28 settembre 2013 siamo state oggetto di un'aggressione sessista, fisica e verbale, nonché del grave danneggiamento della vettura di una di noi, da parte di alcuni degli occupanti dell'Acqua Potabile di Milano, per tre giorni sede di Temporary Zam 3.1.
Abbiamo deciso di esporci pubblicamente per trasformare questo vergognoso episodio in un'occasione di riflessione condivisa, all'interno dei movimenti antagonisti, sui problemi di sessismo e fascismo nell'autonomia.
Il risultato di un mese di lavoro in questo senso, condotto secondo regole di trasparenza, determinazione e spirito di servizio, ha riscosso infine un'innumerevole sequela di prese di distanza: non per i temi proposti, che tutti hanno reputato importanti, ma per presunte modalità o piattaforme fumose nella giornata da noi organizzata.
E' stato chiaro fin dall'inizio, in tutte le nostre comunicazioni, che si tratterà invece di un momento di assemblea libera e aperta ai contributi di tutti quelli che hanno delle riflessioni e dei racconti da condividere in merito.
Le relatrici che hanno aderito all'iniziativa, come ad esempio Monica Lanfranco, Laura Cima e Lidia Menapace - che per prima lanciò, moltissimi anni fa, il tema del patriarcato di sinistra, nel quasi deserto di reazioni - ci hanno dato la misura, con i loro racconti, di quanto le donne abbiano vissuto storicamente in maniera pervasiva il sessismo negli ambienti a sinistra, e di come il nostro personale episodio si iscriva in una lunga e lugubre serie di eventi analoghi.
Tutti i liberi pensatori che, Sabato 9 novembre dalle ore 14:00, decideranno di essere con noi presso il Circolo Arci Bellezza, potranno ragionare insieme di questo, contribuire alla ricostruzione storica di tali orizzonti culturali e delle loro nefaste conseguenze per il movimento, e con la loro presenza daranno un contributo fondamentale al nostro sentito tentativo di squarciare l'italiana coltre di ipocrisia e silenzio che tutto copre e separa.

In preparazione dell'incontro, ecco alcuni spunti che, da parte nostra, speriamo siano utili ad avviare una riflessione critica
Sessimo, simbolo, provocazione, fascismo, denuncia
La “Bagatella per il massacro” (come scriviamo nel nostro comunicato) o l' “atto provocatorio” che ha innescato l'aggressione fisica nei nostri confronti da parte di alcuni occupanti di Temporary ZAM 3.1, tra cui Rete Studenti Milano, è stato “lo scherzo della bandiera”: cioè l'aver staccato dalla porta dell'ex “Acqua Potabile” a Milano, la bandiera del militante antifascista Davide Cesare detto Dax, ucciso da un agguato fascista nel marzo 2003.
Per noi questa aggressione è del tutto inaspettata: tra i nostri riferimenti simbolici di tipo politico e culturale, giocare con l'oggetto bandiera non risuona come un'onta, una profanazione di una sacra reliquia, come la croce cristiana in una Chiesa cattolica o il vessillo nazionale su una caserma dell'esercito militare. Alla luce dei fatti, ci interroghiamo intorno alla valenza del simbolo nella cultura antagonista. Naomi Klein e NoLogo, il multiplo serigrafato del volto di Ernesto “Che” Guevara, l'impostazione wahroliana del pensiero pop, Jean-Luc Godard - solo per citarne alcuni – ci hanno nei decenni scorsi suggerito di distinguere immagine e oggetto, identità e pensiero, ad esempio prendendo le distanze dall'ambiguità di riferimenti nel reale di una fotografia, indicando piuttosto a interiorizzare i residui teorici di un feticcio, una rappresentazione o una delega.
Quello che abbiamo vissuto ci è sembrato invece il gonfiarsi di una volontà di potere e di violenza che nella bandiera ha trovato solo una motivazione funzionale allo sfogo. Per noi il “gioco con la bandiera” doveva servire al contrario, a disinnescare quella violenza, spostando il conflitto su un piano ironico. Ci pare che a causare l'impulso violento fosse stato piuttosto il nostro contestare concetti come “casa nostra” riferito ad un luogo occupato, connotazioni sessiste del linguaggio comune come “rompere i coglioni”, atteggiamenti fisici come spintarelle, palpeggiamenti e “mani in faccia” che abbiamo nominato fascismo. Forse quello che simbolicamente si è dimostrato più destabilizzante, disarticolante, è stata la non-corrispondenza della disobbediente stregosa, di noi cioè, che non “garantiamo la nostra sottomissione, a suon di battiti di ciglia”, rendendo loro impossibile il dialogo con il soggetto ribelle (donna) che non incarna il corpo riverente sessuo-sensuale che le è stato socialmente assegnato.
A questo proposito adottiamo la lettura di Paolo Virno da parte di Marco Scotini in Alfabeta n.25 (anno III dicembre 2012- gennaio 2013), in cui si definisce molto bene la differenza tra disobbedienza civile e disobbenza sociale. “[..] Se condizione della disobbedienza civile era il riconoscimento di un ente superiore che produce norme e che come tale, non viene posto in discussione, tale ruolo di soggezione alla sovranità o ad una entità trascendente non è più garantito dai modi della disobbenza sociale. [..] Il primo ordine ad essere violato dalla disobbedienza sociale è infatti una norma che precede tutte le altre ed è presupposta da tutte le altre. Questa norma non scritta e che nessuno mette in dubbio, afferma l'obbligo di obbedienza come tale. Essa recita: “E' necessario obbedire alle norme”, come presupposto dell'autorità in quanto diritto di comandare e di essere obbediti. La disobbedienza sociale non viola la legge ma modifica le condizioni in cui continua a proporsi il vincolo statale come tale”.
Come Virno indica in pura potenza creativa questa nuova pratica della disobbedienza sociale all'interno dei movimenti antagonisti, così a nostro parere, la stessa pratica da parte del soggetto ribelle donna contro il sistema patriarcale dominante e i suoi simboli (come la bandiera), riveste la medesima potenza creativa. Ragion per cui ci chiediamo: cosa è davvero successo a livello simbolico?
L'incapacità all'ascolto delle istanze argomentative che ponevamo, ci ha catturato in un avversario con il quale non esiste confronto possibile, in un nemico di tutti da non guardare in faccia, in uno spauracchio che doveva “bruciare vivo”. Premesso che ci poniamo al di fuori dell'equivoco “sessidiota” che vede nell'aggressione fisica ad una donna il raggiungimento della parità tra i sessi, siamo certe che essere paritari non significhi essere uguali ma di sesso opposto , come “essere contro” non può significare essere uguali e contrari. Al maschio che si chiede se menarci o no in quanto donne, noi rispondiamo con una dialettica metafisica (in senso etimologico) che non ha genere.
Il sessismo dunque non si è espresso nell'aggressione fisica contro tre donne, ma al contrario nelle frasi che l'hanno preceduta: “non ti picchio perchè sono uomo d'onore” significa vorrei ammazzarti perchè parli; “aveva ragione mio padre, le donne come voi devono stare sotto” significa perchè non mi fai un pompino invece di rompere i coglioni, ché!, non ti piace il cazzo?
Ulrike Meinhof diceva “La protesta è quando dico che una cosa non mi sta bene. Resistenza è quando faccio in modo che quello che adesso non mi piace non succeda più”. La resistenza antisessista è una condanna meticolosa che insiste sull'inclinazione ad assumere acriticamente il linguaggio comune - parlato dai padri e dalle madri, dal sapere, dalla televisione, finanche dalla cultura antagonista stessa - come eredità, come dono, come documento d'identità.
Questo linguaggio così facilmente e incosapevolmente spendibile come una moneta franca nei più diversi ambienti e circostanze, contiene in sé un dispositivo discriminante ben oliato dalla già improduttiva - seppur non ancora entrata di fatto nell'uso comune come patrimonio collettivo - rivendicazione femminista della “a”. “Il primo atto rivoluzionario è chiamare le cose con il loro nome”: la frase di Rosa Luxemburg rivela altresì che l'atto più conservativo e antirivoluzionario si nasconde nelle pieghe del linguaggio.
C'è allora equivalenza tra il difendere il feticcio della bandiera di Cesare Davide “Dax” e una parlata sessista. Un io che vuole autodef inirsi altro dalle proprie manifestazioni (sessiste e/o fasciste), e innalza questa autorappresentazione “buona” a garante di un significato sano di quelle parole e di quei simboli, mente.
La resistenza antisessista si esplica in una pratica politica che é da che mondo è mondo quotidiana! Qui definiamo l'idea di un “politico praticato di genere”. Tale per cui un uomo gioca allo “spettacolo del politico”, costringendo il gesto antagonista nel reality della rivoluzione, stretto in un appuntamento collettivo extra-ordinario; e tale per cui una donna agisce in un “politico diffuso”, in cui decide di correre un pericolo politico, che vale la pena di correre ogni volta che il campanello d'allarme di una limitazione alla sua libertà palesi una contraddizione tra un senso del mondo assodato come culturalmente liberato e il mondo così com'è.
Sia chiaro una volta per tutte, la limitazione di libertà che ripudiamo è quella che nella narrazione hominide viene nominata provocazione. Provocazione che, a seconda delle necessità maschili, traduce seduzione remissiva o viceversa l'avamposto invalicabile di una zona autonoma del corpo, del pensiero e dell'azione femminili. Tuttavia in quanto donne, non siamo esenti da una serie di errori.
Conosciamo il fascismo come una predisposizione all’intolleranza che si può manifestare in ognuno di noi e che richiede costante autodisciplina per essere disinnescata: un nemico interno a se stessi inidentificabile quanto il terrorista nella folla, risulta per finezza di potere mimetico, estremamente più minaccioso di un testarasata che ti si para davanti. Il presentarsi di un fatto (il nostro, noi, noi come fatto) senza mediazione di rappresentazione alcuna (ossia le deleghe a linguaggio, immaginario e senso comuni) ha disorientato anche le donne del Collettivo Ambrosia, presenti quella sera; le quali, pur “lavorando i grandi temi del femminismo” dentro e fuori dagli spazi sociali, non li hanno saputi individuare in cioche stava succedendo. Senza movimento autocensorio, è stato facile, quasi inevitabile, trovarsi nel vicolo cieco del gruppo clandestino che, come Ida Farè descriveva già nel 1979, “si pone per definizione contro e fuori del sistema, ma non ha la possibilità di pensarsi e di definirsi, nel senso che il suo "contro" non può che trasformarsi in uguale anche se contrario. Non riesce più a trovare la possibilità di costruirsi e di differenziarsi dal quel sistema violento che vuole combattere e finisce per essere travolto e per indossare il vestito che lo stato gli dà” (cit. Ida Farè / Franca Spirito Mara e le altre - Le donne e la lotta armata:  Economica Feltrinelli, 1979)
Noi ci sentiamo parte di quella tradizione rivoluzionaria e antagonista che nella storia ha sempre tracciato netta la linea tra la legalità e l’illegalità, riconoscendo come necessario a ogni conquista civile il passaggio attraverso quella zona fuori dalla legge che sola permette alla legge di cambiare per il meglio (Primo Moroni), riconoscendo il valore della ribellione anche violenta, dell’esproprio, del sabotaggio. Ma, come dice Ulrike Meinhof, se si bruciano centinaia di macchine, è un’azione politica, se si brucia una macchina, è reato. La violenza immotivata da adeguate istanze politiche e diretta contro il singolo non può essere difesa come se fosse l’azione violenta contro un’istituzione oppressiva o un potere costituito, se non a costo di giustificare la prima e sporcare la seconda. Per questo, come è giusto denunciare un poliziotto che abusa del proprio potere sulla carne di un attivista politico, come è giusto denunciare un membro della propria famiglia, un padre, un marito, un fratello, che infligge una violenza domestica, allo stesso modo non può che essere giusto denunciare questi fatti.
Risuona di antichi vizi italiani quel ritorno all'ordine omertoso a cui la vittima di violenza è sempre richiamata: dunque chiediamo chi o cosa metta in pericolo un centro sociale? Ciò che è successo è stato un atto ingiustificabile come risposta, reazione. Voler traslare ad ogni costo il pericolo su chi ha liberato questi comportamenti, per liberare dalle sue responsabilità chi li ha agiti, porta inevitabilmente al paradosso. Il pericolo si moltiplica con la sua negazione.
Chiediamo prima di tutto al Collettivo ZAM e a Rete Studenti Milano di essere con noi con le loro riflessioni critiche sul fatto in questione.
Per contatti e contributi scrivete a: Loscherzodellabandiera@autistici.org

martedì 1 ottobre 2013

Che rapporto c'è tra la violenza sulle donne e la pianificazione urbana?

La recente ondata di violenze sessuali che ha avuto come teatro le città indiane ha suscitato enorme indignazione e reazioni da parte delle donne ed ha messo in luce le relazioni che esistono tra la qualità degli spazi urbani e la sicurezza. 
In un articolo apparso il 28 settembre 2013 su The New York Times Neyaz Farooque raccoglie la testimonianza della ventiquattrenne Janaki Sharma,  produttrice presso una stazione radiofonica,  che fa la pendolare per circa 40 chilometri dalla sua casa, nel settore occidentale di  Delhi,  fino al suo posto di lavoro, incontrando nel tragitto attraverso la città "ogni sorta di maniaci, pervertiti ed imbecilli". Secondo la sua esprienza, il loro comportamento è diverso in relazione a dove avvengono gli incontri, ovvero nel metrò, sugli autobus, nella loro attesa, o camminando lungo l'ultimo tratto di strada desolata che deve fare a piedi.
Il disegno degli spazi urbani non è indifferente alle condizioni che favoriscono gli attacchi contro le donne. Sono soprattutto i luoghi di confine delle grandi infrastrutture viarie, come l'anello stradale che circonda New Delhi, per vasti tratti senza semafor,i e che intercetta molte aree desolate della citta , a favorire gli attacchi attuati da veicoli in movimento. In generale l'illuminazione delle strade è pensata per i veicoli che vi transitano e non per i pedoni. Aumentare la sicurezza per i pedoni può quindi contribuire alla diminuzione degli attacchi alle donne. Inoltre rendere le strade luoghi pieni di vita, dove si affacciano negozi e dove sostano venditori ambulanti, è una forma di controllo sociale che disincentiva il crimine, in particolare la violenza contro le donne.
Anche il diffondersi di quartieri recintati può creare le condizioni favorevoli agli atti criminali. Gli spazi esterni a questi insediamenti  diventano terra di nessuno  e  possono  essere  luoghi d'elezione per atti violenti. Allo stesso modo anche l'esistenza delle cosiddette zone di esclusione urbana, ovvero gli slum di città come Delhi o Mumbai, favorisce i comportamenti violenti da parte di coloro che vi abitano. Città più inclusive ed egualitarie sono  più sicure per le donne perchè meno esposte al prodursi della violenza di strada. Al contrario,  dove si creano quartieri esclusivi per la classe medio-alta si producono per converso i ghetti dell'esclusione sociale. Non è un caso che i membri della gang di violentatori che a Delhi uccisero una studentessa di 23 anni e l'autore della violenza contro una fotogiornalista di Mumbai provenissero da slum di quelle città.
Al di là delle città indiane, le cui trasformazioni sono tumultuose quanto lo sviluppo del paese, è in generale vero ovunque che gli spazi urbani se sono sicuri per i pedoni lo sono anche pe le donne e che se le strade continuano ad essere pensate solamente come infrastrutture di transito per le auto l'insicurezza urbana troverà sempre il modo di prodursi. Lo sottolineava già Jane Jacobs* a proposito delle grandi città americane, le cui violente trasformazioni per far posto ai viadotti sopralevati funzionali al traffico automobilistico avevano prodotto profonde ferite sociali. Il modello della strada urbana sulla quale si affaccino edifici per varie funzioni, con la sua vita fatta di abitazioni, uffici, esercizi commerciali e transito pedonale era negli anni '60 per Jacobs, così come oggi, un buon antidoto alla criminalità ed un valido dispositivo d'inclusione sociale.
* Cfr.Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, Torino, Einaudi, 1969-2009.
Michela Barzi. Questo articolo è tratto da Millennio Urbano

martedì 12 febbraio 2013

Laura Morlotti: è vietato calpestare la dignità umana

Torno sul blog (qui il mio primo post di presentazione) per approfondire il tema della Dignità Umana, con particolare relazione ai diritti della donna e dei bambini.

Per contrastare il fenomeno della violenza ritengo imprescindibile:
  • sostenere economicamente i centri antiviolenza
  • promuovere campagne di sensibilizzazione contro ogni forma di violenza, dal bullismo, ai maltrattamenti, allo sfruttamento della prostituzione, alle mutilazioni genitali, in modo da favorirne la denuncia
  • coinvolgere le istituzioni scolastiche per diffondere una cultura non violenta, rispettosa della dignità della persona, in modo da contrastare ogni forma di sopruso
  • assegnare al centro antiviolenza degli alloggi con indirizzo segreto (case rifugio) per ospitare donne e bambini vittime di violenza e che, per la loro incolumità, devono allontanarsi dalla propria abitazione
  • istituire la figura del Garante per l’infanzia dando così piena attuazione all’art. 31 della Costituzione (in base al quale la Repubblica protegge l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo) e all’art. 19 della Convenzione Onu sui diritti del fanciullo (in base al quale gli Stati parti adottano ogni misura legislativa, amministrativa, sociale ed educativa per tutelare il bambino e la bambina, il ragazzo e la ragazza contro ogni forma di violenza, di oltraggio o di brutalità fisiche o mentali, di abbandono o di negligenza, di maltrattamenti o di sfruttamento, compresa la violenza sessuale). Sarà compito del Garante adottare tutte le iniziative opportune per assicurare la piena promozione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e vigilare sulla applicazione della Convenzione Onu denunciando alle Autorità competenti le violazioni dei diritti dei minorenni. Tutti i bambini sono uguali e devono essere tutelati contro ogni forma di discriminazione e di violenza ed io intendo battermi per garantire l’attuazione di questo fondamentale principio!!!
Per quanto riguarda il delicato tema della gravidanza e dell’aborto è doverosa una premessa: l’art 31 della Costituzione tutela la maternità, così come lo stesso art. 1 della legge 194 sancisce la tutela della vita fin dal suo inizio. Detto questo ritengo che qualora la decisione di interrompere la gravidanza sia dovuta a questioni di carattere economico sociale o familiare sia compito delle istituzioni garantire un sostegno morale, assistenziale ed economico alla gestante per consentirle, qualora lo voglia, di portare a termine la gravidanza. Qualora invece, entro i primi 90 giorni, la prosecuzione della gravidanza sia tale da comportare un serio pericolo per la salute psicofisica della donna  (in relazione alle anomalie o malformazioni del concepito o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento) oppure, dopo i primi 90 giorni, la prosecuzione sia tale da mettere in  serio pericolo la vita stessa della donna, o la sua salute psicofisica a causa delle malformazioni del nascituro,  allora si deve considerare prevalente il diritto della gestante di interrompere la gravidanza. Tra il diritto alla vita della donna e alla sua salute psicofisica, e il diritto alla vita del nascituro, quest’ultimo deve soccombere. A meno che la decisione di abortire sia dettata da motivazioni di carattere economico sociale perché in tal caso bisogna attivare ogni forma di sostegno economico assistenziale per consentire alla gestante di adottare una scelta pienamente consapevole circa la prosecuzione o interruzione della gravidanza.