giovedì 3 ottobre 2013

Milano violenta, Milano nonviolenta

Il 2 ottobre, giornata mondiale della nonviolenza, in Zona3 si sono riuniti 200 studenti e 20 insegnanti per inaugurare il progetto TueIO che vedrà coinvolti diversi istituti scolastici della zona per salvaguardare le nuove generazioni. 

Da Novembre partiranno i laboratori di nonviolenza per genitori, insegnanti, educatori e alunni. Qui il programma completo degli incontri.  Questa notizia è a maggior ragione degna di nota alla luce della manifestazioni di grave violenza e intolleranza che scuotono la città, portate alla luce dall’indagine del commissariato Lorenteggio coordinata dal pm Annamaria Fiorillo: bande metropolitane scatenate per violenza e odio razziale.
Su questa vicenda, scrive Fiorella Mannoia sul suo profilo fb: “Ecco a che cosa portano le parole. A tutti gli esponenti politici che seminano odio: Questo è il risultato della vostra ignoranza e della vostra mala politica. Penso a quell'idiota che porta un finocchio in aula, a quelli che incitano al razzismo e all'omofobia, siete contenti? ecco che cosa producete. Vergognatevi!”. Già, c'è anche questo aspetto. Degrado, mancanza di lavoro e di servizi, e su tutto un linguaggio inaccettabile. Abbiamo bisogno di una politica diversa.

Le belle parole e i mostri a 14 corsie

Non si illuda la nostra Giunta che la protesta (lei si sotterrata, e senza tanti complimenti),   si lasci soffocare così. 
Oggi, 3 ottobre, la conferenza dei servizi si riunisce di nuovo: ci aspettiamo che l’amministrazione torni sulle decisioni prese il 30 settembre. 

Lunedi 30 settembre, durante la Conferenza dei Servizi relativa alla riqualificazione alla Rho-Monza, il Comune di Milano assieme a Provincia, Regione e Ferrovie Nord, ha dato parere favorevole all’avvio della cosiddetta “strada mostro” a 14 corsie, senza prevedere alcuna modifica, e la cosa grottesca è che questo avallo ai lavori viene dato in nome dell’Expo – manifestazione che pone a tema l’acqua, la terra e l’ambiente.
Un déjà vu che si ripete; tante belle parole promettenti superate da fatti preoccupanti. 
Non è stata nemmeno considerata la proposta di modifica al progetto, per l’interramento della bretella che attraverserà Paderno Dugnano, richiesta dal Comitato Cittadini Interramento Rho-Monza (CCIRM). Questo nonostante che giovedi 26 settembre il Consiglio comunale di Milano abbia sospeso la propria attività per incontrare una delegazione del CCIRM, e tutti i rappresentanti dei gruppi politici consiliari si siano detti solidali con le richieste del comitato.

E questo nonostante il progetto, così com’è concepito, veda la ferma opposizione dei cittadini di tutti i Comuni coinvolti, e cioè Bollate, Cormano, Novate; Baranzate; Paderno Dugnano, che infatti hanno votato contro. Come può il Comune di Milano avallare un simile ecomostro? la battaglia che i comuni coinvolti portano avanti ormai da 5 anni è anche negli interessi nostri: dei cittadini e delle cittadine milanesi. 

mercoledì 2 ottobre 2013

Donne e pubblicità. Ancora sulla delibera del Comune di Milano: su Arcipelago Milano

Ne abbiamo già parlato qui. Ora la questione è risollevata su Arcipelago Milano: in un pezzo firmato collettivamente, da 5 donne milanesi. 
Ecco alcuni stralci:
Stupore e una cascata di domande preoccupate. Questo ha generato il secondo punto della Delibera del Comune di Milano del 28 giugno su: “Indirizzi fondamentali in materia di pubblicità discriminatoria e lesiva della dignità della donna” in cui si legge che sono considerati “messaggi incompatibili con l’immagine che intende promuovere: (…) punto 2) le immagini volgari, indecenti, ripugnanti, devianti da quello che la comunità percepisce come “normale”, tali da ledere la sensibilità del pubblico.” I termini che qui troviamo Normale, Comunità, non si leggono con leggerezza e nonchalance. Stupisce e dispiace leggere questi riferimenti confusivi in una Delibera che vuole contrastare la diffusione della pubblicità discriminatoria e lesiva della dignità delle donne. (...) 
Oggi non ci preme discutere qui tutta la delibera, il suo quadro di senso possiamo certamente dire che è apprezzabile e significativo e rilevante … se non fosse che c’è il punto 2 e il quadro si confonde e qualche preoccupazione sorge tra alcune donne di Milano e di altrove. 
Altrove dove? Roma, ad esempio:


Quali le domande che suscita in noi come in altre? Solo per citare il collettivo Ambrosia e Politica femminile Lombardia.
Continua il pezzo (i link sono aggiunti da noi): Forse siamo in ritardo (la delibera è di giugno, il convegno di un paio di settimane fa) ma non lo è la questione che il tema pone, che riaffiora a ogni occasione. In questi giorni è la Presidente Boldrini a fare richiami sulle immagini stereotipate nei tanti spot pubblicitari della “donna che serve a tavola”
Qui l'intervento citato (e vedi anche QUI, riguardo alle polemiche sollevate dalla cosa):

e dunque la dichiarazione riferibile di Barilla: “Non faremo pubblicità con omosessuali perché a noi piace la famiglia tradizionale.” Potremmo anche domandarci: la “famiglia tradizionale” per, e a cui, vendere pasta non è in fondo coerente a una delle possibili letture di questo punto 2? 
Infatti, quale sarà la “normalità” che la “comunità” di riferimento percepisce? Come la percezione verrà rilevata e una misurazione adeguata applicata? Chi, tra i tanti funzionari del Comune di Milano, si accollerà l’arduo compito amministrativo un giorno dopo l’altro, cartellone dopo cartellone? Perché si è avvertita l’esigenza di utilizzare questo concetto? Perché dimenticare che è stato Franco Basaglia a insegnarci che “da vicino nessuno è normale”, che troppo facilmente la normalità si fa norma, e appunto legiferando discerne tra chi lo è e chi non lo sarebbe. E poi cosa?
Assunto questo principio in norme e normative comunali, perché non immaginare che un anonimo funzionario o una Giunta di diverso colore lo utilizzino per decidere quanto sia “psichicamente normale” quel paziente (o ex tale) per ottenere un lavoro, quanto sia “sessualmente normale ” quella famiglia per ottenere l’accesso alla lista delle case popolari … e via discorrendo. 
Senza correre troppo avanti già adesso nota il collettivo Ambrosia “E se il pubblico trovasse ripugnante vedere due donne che si baciano? E se la comunità ritenesse indecente una donna grassa in bikini? E se trovasse volgari due uomini che si tengono per mano”? (la Giunta nel corso dell’ultimo anno ci ha spesso ricordato che la “macchina comunale è complicata, lenta, immodificabile”).
La normalità che si fa norma ha una forza lo sappiamo, riappare, riemerge e rischiamo di ritrovarla laddove non sembrava prevista. Soprattutto perché il punto la coniuga con “comunità”, che per primo Tonnies contrappose a “società”, e la tensione tra i due termini è recentemente riattualizzata da un sociologo a pieno titolo divulgatore europeo, Bauman che argomenta in un suo fortunato testo: “l’attrazione che la comunità (…) esercita poggia sulla promessa di semplificazione, poiché significa l’espunzione delle differenze (…). L’unità comunitaria è fondata sulla divisione (di chi non ne fa parte), sulla segregazione, sul mantenere le distanze.” Nella battaglia contro l’incertezza, la comunità cede libertà degli individui in cambio di sicurezza. Nella società accade il contrario, restando sempre in ambito disciplinare, poiché Milano città Metropolitana aperta all’Europa e al mondo, assomiglia certo più a una società che non a una comunità preindustriale.
A quest’immagine intendeva riferirsi il punto 2? Un concetto di “normalità” percepito come tale da una comunità che evita le differenze? Già a fine giugno il Corriere della Sera scriveva che “(…) uno dei punti destinati a far discutere sarà il punto 2 (…) quale percezione della normalità?” La lotta contro la pubblicità sessista è infatti una lotta a un’immagine di “normalità femminile”, che sia la madre stereotipata di cui sopra, o una fanciulla denudata ad accarezzar auto … anche questa è stata “normalità”, quella ormai criticata da più di dieci anni come immagine stereotipata e sessista.
E infine, ma non per importanza: questa Delibera presentata sul sito del Comune, nelle interviste della vicensindaco e negli interventi alla giornata del 17 settembre, non è considerata come un atto puramente di amministrazione ordinaria, ma piuttosto come: “Un bel lavoro condiviso tra Giunta, Consiglio e delegata alle Pari Opportunità.”
Sono particolarmente soddisfatta di questo obiettivo raggiunto – dichiara la delegata del Sindaco alla Pari Opportunità Francesca Zajczyk – sia per il contenuto sia per il metodo. Questo provvedimento, infatti, è il risultato di un lavoro comune con le altre figure istituzionali in prima fila sui temi della parità e dei diritti, ognuna con le proprie competenza e sensibilità, come le consigliere Marilisa D’Amico e Anita Sonego. Ma è anche il prodotto di un percorso di ascolto e confronto con esperte ed esperti, professioniste e politiche impegnate su questi temi.
Condiviso dunque anche questo punto 2? Quali sollecitazioni sul tema della normalità hanno proposto le esperte e le politiche? Hanno sollevato perplessità? Chi in questo percorso condiviso l’ha proposto? E una discussione dove è avvenuta? Tante assemblee in Sala Alessi, qualche riunione di un tavolo sulla Pubblicità Sessista, e il tema non è stato sottoposto alla partecipazione delle donne milanesi? Sappiamo che il ruolo della Delegata è a Milano un ruolo a costo zero, a lungo senza un ufficio. Non ha fondi e finanziamenti che possa gestire direttamente. Non capiamo l’origine e le motivazioni di queste scelte, tantomeno a metà mandato di questa amministrazione e mentre un protagonismo femminile è presente in tanti e diversi luoghi della città, prende parola su temi che vanno oltre le emergenze. 
Perché il ruolo della Delegata mantenga questi contorni “sottili” non ci è chiaro, mentre è chiaro che limitate possono essere le nostre interlocuzioni con un ruolo così disegnato. 
E intanto...: Alla Giunta e al Consiglio chiediamo di eliminare quel punto 2, non emendabile.  
La fonte, con il pezzo completo: Donne, pubblicità, normalità: l'inutile leggerezza delle parole in una delibera (di Paola Ciccioli, Antonella Coccia, Donatella Martjni, Maria Grazia Ghezzi, Adriana Nannicini, 1 ottobre 2013)

martedì 1 ottobre 2013

Che rapporto c'è tra la violenza sulle donne e la pianificazione urbana?

La recente ondata di violenze sessuali che ha avuto come teatro le città indiane ha suscitato enorme indignazione e reazioni da parte delle donne ed ha messo in luce le relazioni che esistono tra la qualità degli spazi urbani e la sicurezza. 
In un articolo apparso il 28 settembre 2013 su The New York Times Neyaz Farooque raccoglie la testimonianza della ventiquattrenne Janaki Sharma,  produttrice presso una stazione radiofonica,  che fa la pendolare per circa 40 chilometri dalla sua casa, nel settore occidentale di  Delhi,  fino al suo posto di lavoro, incontrando nel tragitto attraverso la città "ogni sorta di maniaci, pervertiti ed imbecilli". Secondo la sua esprienza, il loro comportamento è diverso in relazione a dove avvengono gli incontri, ovvero nel metrò, sugli autobus, nella loro attesa, o camminando lungo l'ultimo tratto di strada desolata che deve fare a piedi.
Il disegno degli spazi urbani non è indifferente alle condizioni che favoriscono gli attacchi contro le donne. Sono soprattutto i luoghi di confine delle grandi infrastrutture viarie, come l'anello stradale che circonda New Delhi, per vasti tratti senza semafor,i e che intercetta molte aree desolate della citta , a favorire gli attacchi attuati da veicoli in movimento. In generale l'illuminazione delle strade è pensata per i veicoli che vi transitano e non per i pedoni. Aumentare la sicurezza per i pedoni può quindi contribuire alla diminuzione degli attacchi alle donne. Inoltre rendere le strade luoghi pieni di vita, dove si affacciano negozi e dove sostano venditori ambulanti, è una forma di controllo sociale che disincentiva il crimine, in particolare la violenza contro le donne.
Anche il diffondersi di quartieri recintati può creare le condizioni favorevoli agli atti criminali. Gli spazi esterni a questi insediamenti  diventano terra di nessuno  e  possono  essere  luoghi d'elezione per atti violenti. Allo stesso modo anche l'esistenza delle cosiddette zone di esclusione urbana, ovvero gli slum di città come Delhi o Mumbai, favorisce i comportamenti violenti da parte di coloro che vi abitano. Città più inclusive ed egualitarie sono  più sicure per le donne perchè meno esposte al prodursi della violenza di strada. Al contrario,  dove si creano quartieri esclusivi per la classe medio-alta si producono per converso i ghetti dell'esclusione sociale. Non è un caso che i membri della gang di violentatori che a Delhi uccisero una studentessa di 23 anni e l'autore della violenza contro una fotogiornalista di Mumbai provenissero da slum di quelle città.
Al di là delle città indiane, le cui trasformazioni sono tumultuose quanto lo sviluppo del paese, è in generale vero ovunque che gli spazi urbani se sono sicuri per i pedoni lo sono anche pe le donne e che se le strade continuano ad essere pensate solamente come infrastrutture di transito per le auto l'insicurezza urbana troverà sempre il modo di prodursi. Lo sottolineava già Jane Jacobs* a proposito delle grandi città americane, le cui violente trasformazioni per far posto ai viadotti sopralevati funzionali al traffico automobilistico avevano prodotto profonde ferite sociali. Il modello della strada urbana sulla quale si affaccino edifici per varie funzioni, con la sua vita fatta di abitazioni, uffici, esercizi commerciali e transito pedonale era negli anni '60 per Jacobs, così come oggi, un buon antidoto alla criminalità ed un valido dispositivo d'inclusione sociale.
* Cfr.Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, Torino, Einaudi, 1969-2009.
Michela Barzi. Questo articolo è tratto da Millennio Urbano

lunedì 30 settembre 2013

#NoSlot e #SlotMob: arriva a Milano la mobilitazione che attraverserà l'Italia

Torniamo sulla tragedia del dilagare delle slot per sostenere l’opposizione che, per fortuna, sta crescendo, anche grazie alla mobilitazione di SlotMob, che ha toccato anche Milano.
Una mobilitazione da sostenere fortemente: ci auguriamo che sempre più locali, come il bar Persefone, in viale Jenner, premiato a Milano.

Perché le slot non sono un gioco innocente; si tratta dell’ennesima speculazione sulla pelle della povera gente, che da un lato i nostri politici criticano, dall’altro alimentano. Una tragedia non da poco, per le tantissime implicazioni di cui abbiamo parlato qui, al post "Allarme gioco d'azzardo: a che gioco stiamo giocando?". 



venerdì 27 settembre 2013

Difesa della famiglia tradizionale e crisi del Mulino Bianco way of life

La stampa italiana, da sempre in ritardo e poco preparata sulle questioni dello sviluppo delle città e del territorio, non ha colto il nesso che esiste tra la difesa della famiglia tradizionale,  che la pubblicità della Barilla non metterà mai in discussione, secondo il suo presidente, e la crisi del Mulino Bianco way of life.
Eppure sono due facce della stessa medaglia.
Nel modello di famiglia  basato sull’unione eterosessuale e sul lavoro di cura svolto dalla donna, non solo si rispecchia l'arretratezza della società italiana, si annida anche un altro aspetto, pochissimo evidenziato proprio per effetto del ritardo culturale del  paese, che fa riferimento al territorio ed al suo sviluppo.  Il sogno della casa in campagna, lontano dagli elementi corruttori, della città sulla salute e la morale,  è ancora estremamente presente nella società italiana ed ha un sua concreta ricaduta nel fenomeno comunemente denominato con le espressioni consumo di suolo, cementificazione con le quali s'intende indicare la dispersione insediativa.  Complice la motorizzazione individuale di massa, a tutti è stata data la possibilità di trovare sul mercato immobiliare una casa immersa nel verde a 10 minuti d'auto dalla città. In molti si sono fatti sedurre da simili messaggi pubblicitari, anche perchè i prezzi della cosiddetta campagna sono inevitabilmente più bassi di quelli della città. Salvo poi scoprire che sul prato che fa da sfondo alla finestra del soggiorno fra non molto sorgerà un'altra bella fila di villette uguali a quelle in cui vivono. E allora addio campagna e non si pensi di mettersi in salvo dal fenomeno optando per una porzione di qualche bella casa rurale ristrutturata, tanto prima poi anche lì ci arriva la città, sotto forma di  nuova strada/centro commerciale/villettopoli.
Molti dei seguaci del Mulino Bianco way of life si sono tramutati in difensori del territorio ed in battaglieri oppositori del consumo di suolo e della cementificazione, forse un po' presi dalla sindrome N.I.M.B.Y., (Not In My Back Yard),  o un po' convinti di aver sbagliato ad abbandonare la città, dalla quale dipendono per moltissimi servizi e per i posti di lavoro, che poi alla fine è arrivata anche dove credevano che ci  fosse la campagna. Forse, nel frattempo, anche la loro famiglia tradizionale è sparita per effetto elle separazioni, in questi anni molto più frequenti dei matrimoni, e magari  qualcuno si è reso conto che è meglio vivere vicino ai servizi urbani per la gestione dei figli,  soprattutto se si è genitori separati.
La dichiarazione radiofonica di Guido Barilla a favore del modello di famiglia tradizionale altro non sarebbe quindi che una variante degli spot pubblicitari del gruppo che porta il suo nome. Si chiama operazione di conferma del posizionamento sul mercato (positioning) e consiste nel ribadire che il suo marchio di pasta e di prodotti da forno è il preferito dagli italiani. Se gli italiani sono in maggioranza omofobi, sessisti, a favore della famiglia tradizionale e tanto innamorati della vita agreste, per una sorta di proprietà transitiva, anche il marchio sarà a favore di quel modello e non darà spazio ad altra immagine che non sia quella della famiglia in cui la donna si presume chiusa nel suo “regno” domestico, ben rappresentato dalla casa unifamiliare extraurbana. La difesa di quel modello però  non fa  i conti con la crisi del Mulino Bianco way of life che non attira più i nuclei famigliari di nuova formazione. L’estrema flessibilità della condizione esistenziale delle  nuove generazioni mal si concilia con il vecchio sogno domestico, quello della canzoncina che nel 1939 metteva in relazione una condizione economicamente stabile con la casettina in periferia e la mogliettina giovane e carina. Forse è il caso che anche gli imprenditori si accorgano di quanto sia cambiata la società italiana, da allora.
Michela Barzi Millennio Urbano

giovedì 26 settembre 2013

#‎nonèamore: contro connivenze, responsabilità, complicità in tema di violenza maschile

Un incontro fuori dagli schemi in uno scenario che vede alleate fra loro donne, siano esse suore o esponenti del femminismo storico, unite dalla capacità di politica femminile. E anche uomini, laici e religiosi, al di là dei luoghi comuni. Questo è il convegno promosso da "non è amore" della Caritas Ambrosiana: venerdi 27 settembre a Milano. 
Contro le connivenze, le responsabilità, le complicità della cultura contemporanea in tema di violenza maschile contro le donne. 
• Costruiamo consapevolezza
Un percorso multimediale interattivo di sensibilizzazione e partecipazione attiva.
• Oltre i luoghi comuni
La gente.. con Patrizia Farina, demografa università Bicocca
Il femminismo.. con Lea Melandri, Libera Università delle Donne
La Chiesa.. con Luca Bressan, Vicario episcopale per la Carità, la Cultura e la Vita Sociale
La politica.. con Patrizia Toia, parlamentare europea
La rete.. con Michelangelo Tagliaferri, sociologo, Data Media Ricerche.
Dire.. in una comunità di conplici. Con Lella Costa, attrice. 
Dalle h. 9 alle 14 presso la Caritas Ambrosiana, via San Bernardino 4, Milano (MM1 Duomo/San Babila).