Gli stati generali dell’autonomia diffusa, convocati sabato 9 novembre 2013 nella problematica sede dell’Arci Bellezza a Milano, aprivano un dibattito collettivo finalizzato alla stesura del controverso breviario tascabile noto anche come “vademecum deontologico del rivoluzionario”, che fissasse dal punto di vista etico l’espressione della libertà comportamentale dell’antagonista, così come espressa da Max Stirner ne L’unico e la sua proprietà (1845), secondo cui l’unica libertà dell’essere umano è “libertà da” e non “libertà di”.
Questo simpatico “libretto rosso” sarebbe stato uno di tanti tool di cyber-resistenza esistenziale da portare sempre con sé, una serie di note ed appunti per convenire su alcune regole (parola che ahinoi non piace più) da autoinfliggersi: insomma un terreno autonormativo di riferimento, una sorta di servizio d’ordine su se stessi per essere in grado nella pratica, e non solo nella parola, di contrastare - a partire dall'autodisciplina e dall'autocontrollo - sessimo, fascismo e senso della proprietà privata.
Questo simpatico “libretto rosso” sarebbe stato uno di tanti tool di cyber-resistenza esistenziale da portare sempre con sé, una serie di note ed appunti per convenire su alcune regole (parola che ahinoi non piace più) da autoinfliggersi: insomma un terreno autonormativo di riferimento, una sorta di servizio d’ordine su se stessi per essere in grado nella pratica, e non solo nella parola, di contrastare - a partire dall'autodisciplina e dall'autocontrollo - sessimo, fascismo e senso della proprietà privata.
I molti che hanno declinato l’invito a partecipare, come i pochi che invece hanno aderito all’assemblea (pur poi affermando più volte durante la giornata di “non essere lì”, e di non poter accettare un dialogo) hanno posto come primo ostacolo il timore di venire a trovarsi vittime di un processo. Eppure tal modalità era stata rifiutata in maniera inequivocabile nelle nostre riflessioni critiche, già circolate pubblicamente a mo' di invito all'incontro.
Un processo in effetti c'è stato, e con nostro stupore ci ha trovate protagoniste, nel ruolo di imputate. A socratica memoria, ci siamo lasciate accusare senza opporre resistenza: quello che si dispiegava ai nostri occhi sotto le vesti di un processo alle nostre intenzioni, al nostro linguaggio, a come si debba o non si debba creare “relazioni” - per tutta la giornata non verrà mai fatta parola dell’aggressione che abbiamo subìto e tutto il ragionamento critico prescinderà da questo dato di fatto, collocandosi o subito prima, nel momento della “provocazione”, o subito dopo, nel momento della reazione - appariva in realtà una fantomatica messa in scena, la raffinata autorappresentazione della civiltà dell’antagonismo così come ci è data allo stato dell’arte. Come Socrate abbiamo perciò rinunciato a difenderci, certe che il vero processato, il vero condannato, non fossimo noi ma l’antagonismo stesso, e a condannarlo senza possibilità d'indulto era esso stesso, giacchè noi in quel luogo non eravamo giudici, bensì testimoni. E’ in questo contesto che un vademecum è stato infine prodotto: non quello che noi avevamo pensato, bensì quello della vittima, che riassumiamo in brevi punti qui sotto così come emerso dagli interventi del 9 novembre al Circolo Arci Bellezza Okkupato di Milano, e che doniamo come augurio al nuovo anno a quanti avranno la voglia e la curiosità di leggerlo.
Vademecum deontologico della Vittima
Breviario in 10 punti perché una violenza venga riconosciuta come tale
1- la vittima è donna, quindi sii donna
Vittima, parola di cui sin dal tempo dei latini la radice etimologica è oscura, indica originariamente l’offerta nel rito sacrificale o chi è colpito da calamità naturali. Con Dante il termine sposta il suo significato verso chi soggiace ad azioni ingiuste, prepotenze, violenze, mentre nell’uso ottocentesco denota chi subisce, anche senza averne piena coscienza, le conseguenza negative di errori, vizi*, difetti.
In tal senso - e non importa averne coscienza, anzi meglio non averne altrimenti si rischia di diventare antipatiche - nessuno meglio della donna, da tempo immemore oggetto di azioni ingiuste, violenze e prepotenze da parte degli uomini, conseguenza del vizio di forma* primigenio, cioè quello del potere patriarcale che assume la donna ad oggetto-proprietà, può interpretare l’essenza stessa della vittima.
Vittima, parola di cui sin dal tempo dei latini la radice etimologica è oscura, indica originariamente l’offerta nel rito sacrificale o chi è colpito da calamità naturali. Con Dante il termine sposta il suo significato verso chi soggiace ad azioni ingiuste, prepotenze, violenze, mentre nell’uso ottocentesco denota chi subisce, anche senza averne piena coscienza, le conseguenza negative di errori, vizi*, difetti.
In tal senso - e non importa averne coscienza, anzi meglio non averne altrimenti si rischia di diventare antipatiche - nessuno meglio della donna, da tempo immemore oggetto di azioni ingiuste, violenze e prepotenze da parte degli uomini, conseguenza del vizio di forma* primigenio, cioè quello del potere patriarcale che assume la donna ad oggetto-proprietà, può interpretare l’essenza stessa della vittima.
